Di Emilio Graziuso 21 marzo 2026 – Nella nostra “Agorà” abbiamo più volte affrontato il tema del “caro vita”.
Assistiamo, infatti, ad una congiuntura economica negativa, senza precedenti, caratterizzata da un’inflazione persistente, da una erosione costante del potere di acquisto delle famiglie e da un aumento generalizzato dei beni di prima necessità (in particolare dei prodotti alimentari) e dei servizi essenziali.
Tale contesto economico è stato, di recente, notevolmente aggravato dall’impennata dei prezzi del carburante che ha assestato un ulteriore duro e duplice “colpo” alle già provate tasche dei consumatori italiani.
Questi ultimi, infatti, dall’aumento della benzina e del diesel subiscono una doppia “stangata”: la prima quando si recano al distributore per effettuare il rifornimento e la seconda quando si recano alla cassa di un qualsiasi rivenditore di generi alimentari.
La distribuzione della quasi totalità dei prodotti, ai fini della distribuzione, nel nostro Paese, avviene attraverso trasporto su gomma.
L’aumento del costo del carburante si traduce, pertanto, in un inevitabile rincaro dei costi di trasporto, sistematicamente scaricato sui consumatori finali attraverso l’aumento dei prezzi di listino di beni di prima necessità, a partire, come si è detto, dai generi alimentari.
Questo fenomeno alimenta la spirale inflazionistica, erodendo ulteriormente il potere d’acquisto dei cittadini e mettendo a rischio la tenuta sociale del Paese.
Inoltre, l’aumento del costo del carburante, unito al costo sempre maggiore dei beni di prima necessità, determina, di fatto, una compressione del diritto dei consumatori a godere di un tenore di vita dignitoso e compatibile con le proprie risorse, nonché un aggravio del carico economico che rischia di compromettere l’equilibrio dei bilanci familiari, con potenziali ricadute anche sulla capacità di far fronte ad altre obbligazioni essenziali (mutui, affitti, spese sanitarie).
Di fronte a tale scenario, l’Associazione Nazionale “Dalla Parte del Consumatore” (https://whatsapp.com/channel/0029Vb7QBxp0VycGdJwP1I3V e www.consumatori.com) ha, nei giorni scorsi, chiesto con una nota ufficiale indirizzata alla Presidente del Consiglio dei Ministri ed al Ministro dell’Economia e della Finanza un intervento governativo, non più procrastinabile, volto a mitigare l’impatto della componente fiscale sul prezzo finale dei carburanti.
La leva fiscale, ed in particolare quella sulle accise, rappresenta lo strumento più efficace e immediato a disposizione dell’Esecutivo per fornire un sollievo concreto e tangibile a famiglie e imprese, così come era avvenuto nel 2022 con il Governo all’epoca presieduto dal Prof. Mario Draghi.
Nella tarda serata del 18 marzo, si è riunito il Consiglio dei Ministri che ha adottato un taglio temporaneo alle accise della durata di soli 20 giorni.
Tale misura è già qualcosa ma non è di un intervento così circoscritto nel tempo (soli 20 giorni) che hanno bisogno i consumatori italiani.
Essi, infatti, necessitano di stabilità a livello economico o, quanto meno, di punti fermi ed il taglio delle accise di soli 20 giorni non è idoneo a fornire tale garanzia.
Tra qualche settimana, infatti, i consumatori saranno nuovamente esposti al rischio di nuovi rincari del carburante, stante lo scenario internazionale drammatico che, purtroppo, sembra destinato a durare.
In ogni caso, al di là di quelli che saranno gli sviluppi futuri (nella speranza che la durata del provvedimento venga prorogata), vediamo cosa è successo all’indomani del taglio delle accise.
Le notizie sull’ammontare del “taglio” sembrano essere contrastanti da alcune fonti è indicata la misura di 25 centesimi in altre di 20 centesimi.
Le conseguenze sono sensibilmente diverse, anche se, in entrambi i casi, poco soddisfacenti per quanto riguarda il diesel.
Nell’articolo “Sconto di 25 centesimi al litro per venti giorni: i prezzi dopo il decreto Meloni del 19ù8 marzo, i numeri reali e cosa non torna” di Pietro Vizzini pubblicato nel sito www.moto.it si legge, infatti, “Per la benzina, il bilancio è sostanzialmente positivo. Il 27 febbraio, prima che le tensioni in Medio Oriente accelerassero la corsa dei prezzi, un litro in modalità self service costava in media 1,67 euro. L’escalation ha portato la quotazione fino a 1,87 euro al litro il 18 marzo — giorno del decreto. Il giorno successivo, con lo sconto in vigore, il prezzo è sceso a 1,62 euro: non solo al di sotto del picco, ma addirittura sotto i livelli di fine febbraio. In questo senso, per chi fa benzina, l’intervento ha funzionato.
Il diesel racconta una storia diversa. Prima del conflitto costava 1,72 euro al litro; al culmine della crisi è arrivato a 2,10 euro, un aumento ben più marcato rispetto alla verde. Dopo il taglio delle accise, il prezzo è sceso a 1,85 euro — lontano dal picco, sì, ma ancora al di sopra dei valori pre-guerra”.
La riduzione dell’accise prevista per il diesel appare maggiormente inadeguata qualora dovesse trovare riscontro quanto sostenuto dall’Unione Nazionale Consumatori nel comunicato stampa del 19 marzo “CARBURANTI: taglio accise di 20 cent, non 25” (https://www.consumatori.it/comunicati-stampa/carburanti-3/) nel quale si legge che “Con il taglio delle accise di 20 cent, considerando i prezzi medi autostradali resi noti oggi dal Mimit, il gasolio in modalità self service in autostrada, nell’ipotesi di prezzi industriali costanti, scenderà domani da 2,190 di oggi a 1,946 euro, un importo ancora troppo elevato, a un passo dai 2 euro, con un risparmio per un pieno di 50 litri pari a 12,20 euro, la benzina in autostrada diminuirà da 1,967 a 1,723, mentre con 15 cent sarebbe stata pari a 1,784, un valore comunque accettabile. Elaborando i dati medi Mimit regionali della rete stradale, il gasolio calerà da 2.125 a 1,881, la benzina da 1,888 a 1,644, un valore fin troppo basso”.
Accanto alla criticità del limite di 20 giorni di durata della misura varata dal Governo, la stessa appare poco soddisfacente anche per quanto concerne la quota di “taglio” del prezzo, con particolare riferimento al costo del diesel.
Indubbiamente vi sono delle esigenze di finanza pubblica ma in un momento di crisi economica così acuta, la priorità dovrebbe essere accordata alla salvaguardia del reddito delle famiglie e alla competitività del nostro sistema produttivo.
Abbassare il più possibile le accise per un periodo prolungato di tempo non rappresenterebbe un mero costo per l’erario, bensì un investimento per sostenere i consumi, calmierare l’inflazione e prevenire l’acuirsi di tensioni sociali.




