“L’Agorà del Diritto” – una domanda, una risposta: 25 aprile, Sandro Pertini ed il binomio “libertà e giustizia sociale” 

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Di Emilio Graziuso, 25 aprile 2026 –

Cari lettori dell’ “Agorà del Diritto” auguri di buon 25 aprile!

Oggi, infatti, non è una giornata come un’altra ma è la ricorrenza della liberazione dell’Italia dal nazifascismo e, quindi, è quanto mai doveroso definirla festa e scambiarci gli auguri.

Ma il 25 aprile non deve essere celebrato esclusivamente a livello di ricordo né tantomeno dobbiamo approcciare a tale data come se stessimo sfogliando un album dei ricordi.

La ricorrenza di oggi assurgere a momento di riflessione sul chi siamo e sul da dove veniamo.

Noi italiani, infatti, siamo cittadini e non più sudditi proprio grazie al 25 aprile (inteso nel suo portato simbolico) e possiamo dire, senza timore di smentita, che la nostra rubrica esiste perché la liberazione dal nazifascismo ha permesso il riconoscimento di diritti dei cittadini, messi al bando durante il ventennio.

Tanti sono i diritti ai quali potremmo fare riferimento (basterebbe leggere i primi articoli della costituzione) ma oggi vorrei soffermarmi sul diritto alla libertà, a mio parere diritto principe, che incarna i valori della resistenza e dal quale scaturiscono tutti gli altri.

La libertà è un principio strettamente connaturato all’uomo, che si può declinare in molti, moltissimi modi (libertà di esprimere le proprie idee, libertà di parola, libertà di professare il proprio credo politico o religioso, libertà di essere se stessi e non essere costretti ad omologarsi e l’elenco potrebbe ancora proseguire).

Scrivendo in merito al 25 aprile ed al diritto alla libertà (diritto che è stato conquistato anche a costo della propria vita dai partigiani che ci hanno regalato l’Italia nella quale viviamo e nella quale siamo liberi prima di tutto di essere noi stessi) non posso non pensare a Sandro Pertini, indubbiamente il  Presidente della Repubblica più amato dagli italiani.

Egli era solito abbinare, nell’illustrare la propria ideologia politica, la libertà alla giustizia sociale, ritenendolo un binomio indissolubile.

Secondo Pertini, infatti, non vi può essere libertà senza giustizia sociale e viceversa.

Il Presidente aveva sempre considerato la libertà un bene prezioso per riconquistare la quale (persa durante il ventennio fascista) lui, così come tanti altri, avevano trascorso nella lotta, nelle carceri o al confino nonché nei campi di concentramento, tutta la loro giovinezza.

Ma la libertà non poteva e non può esistere senza la giustizia sociale, se non vi è quest’ultima la libertà diviene un simulacro che si riduce alla “libertà di bestemmiare” oppure alla “libertà di morire di fame”.

Abbinata, invece, con la giustizia sociale, la stessa libertà si arricchisce di altri connotati.

La giustizia sociale, infatti, è ciò che permette ad ogni cittadino di vivere dignitosamente, eliminando la miseria, garantendo il diritto al lavoro ed alla casa.

L’obiettivo principale di Pertini era, quindi, quello di rimuovere tutti gli ostacoli di ordine economico e sociale, così come previsto nell’art. 3 della Costituzione.

Tante sono, quindi, le riflessioni che si potrebbero fare al riguardo, ma, dato il portato della giornata di oggi, preferisco sintetizzarle riportando il discorso che il 23 aprile 1970, il futuro Presidente della Repubblica, all’epoca Presidente della Camera dei deputati, pronunziò:

 «Qui vi sono uomini che hanno lottato per la libertà dagli anni ’20 al 25 aprile 1945. Nel solco tracciato con il sacrificio della loro vita da Giacomo Matteotti, da don Minzoni, da Giovanni Amendola, dai fratelli Rosselli, da Piero Gobetti e da Antonio Gramsci, sorge e si sviluppa la Resistenza. Il fuoco che divamperà nella fiammata del 25 aprile 1945 era stato per lunghi anni alimentato sotto la cenere nelle carceri, nelle isole di deportazione, in esilio. Alla nostra mente e con un fremito di commozione e di orgoglio si presentano i nomi di patrioti già membri di questo ramo del Parlamento uccisi sotto il fascismo: Giuseppe Di Vagno, Giacomo Matteotti, Pilati, Giovanni Amendola; morti in carcere Francesco Lo Sardo e Antonio Gramsci, mio indimenticabile compagno di prigionia; spentisi in esilio Filippo Turati, Claudio Treves, Eugenio Chiesa, Giuseppe Donati, Picelli caduto in terra di Spagna, Bruno Buozzi crudelmente ucciso alla Storta. Giustamente, dunque, quando si ricorda la Resistenza si parla di Secondo Risorgimento. Ma tra il Primo e il Secondo Risorgimento protagoniste sono minoranze della piccola e media borghesia, anche se figli del popolo partecipano alle ardite imprese di Garibaldi e di Pisacane. Nel Secondo Risorgimento protagonista è il popolo. Cioè guerra popolare fu la guerra di Liberazione. Vi parteciparono in massa operai e contadini, gli appartenenti alla classe lavoratrice che sotto il fascismo aveva visto i figli suoi migliori fieramente affrontare le condanne del tribunale speciale al grido della loro fede. Non dimentichiamo, onorevoli colleghi, che su 5.619 processi svoltisi davanti al tribunale speciale 4.644 furono celebrati contro operai e contadini. E la classe operaia partecipa agli scioperi sotto il fascismo e poi durante l’occupazione nazista, scioperi politici, non per rivendicazioni salariali, ma per combattere la dittatura e lo straniero e centinaia di questi scioperanti saranno, poi, inviati nei campi di sterminio in Germania. ove molti di essi troveranno una morte atroce. Protagonista è la classe lavoratrice che con la sua generosa partecipazione dà un contenuto popolare alla guerra di Liberazione. Ed essa diviene, così, non per concessione altrui, ma per sua virtù soggetto della storia del nostro paese. Questo posto se l’è duramente conquistato e non intende esserne spodestata. Ma, onorevoli colleghi, noi non vogliamo abbandonarci ad un vano reducismo. No. Siamo qui per porre in risalto come il popolo italiano sappia battersi quando è consapevole di battersi per una causa sua e giusta; non inferiore a nessun altro popolo. Siamo qui per riaffermare la vitalità attuale e perenne degli ideali che animarono la nostra lotta. Questi ideali sono la libertà e la giustizia sociale, che – a mio avviso – costituirono un binomio inscindibile, l’un termine presuppone l’altro; non può esservi vera libertà senza giustizia sociale e non si avrà mai vera giustizia sociale senza libertà. E sta precisamente al Parlamento adoperarsi senza tregua perché soddisfatta sia la sete di giustizia sociale della classe lavoratrice.

La libertà solo così riposerà su una base solida, la sua base naturale, e diverrà una conquista duratura ed essa sarà sentita, in tutto il suo alto valore, e considerata un bene prezioso inalienabile dal popolo lavoratore italiano.  I compagni caduti in questa lunga lotta ci hanno lasciato non solo l’esempio della loro fedeltà a questi ideali, ma anche l’insegnamento di un nobile ed assoluto disinteresse. Generosamente hanno sacrificato la loro giovinezza senza badare alla propria persona.(…) Non permetteremo mai che il popolo italiano sia ricacciato indietro, anche perché non vogliamo che le nuove generazioni debbano conoscere la nostra amara esperienza. Per le nuove generazioni, per il loro domani, che è il domani della patria, noi anziani ci stiamo battendo da più di cinquant’anni. Ci siamo battuti e ci battiamo perché i giovani diventino e restino sempre uomini liberi, pronti a difendere la libertà e quindi la loro dignità. Nei giovani noi abbiamo fiducia». (Sandro Pertini, Camera dei Deputati, 23 aprile 1970)

(immagine generata con AI)

Fonte: https://www.gazzettadellemilia.it/politica/item/53275-%E2%80%9Cl%E2%80%99agor%C3%A0-del-diritto%E2%80%9D-%E2%80%93-una-domanda,-una-risposta-25-aprile,-sandro-pertini-ed-il-binomio-%E2%80%9Clibert%C3%A0-e-giustizia-sociale%E2%80%9D